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Finalmente classico

Giugno 1, 2009

È uscita in questi giorni per Mondadori una nuova edizione di Satura (1971) di Montale nella collana Oscar Poesia del Novecento. Due i motivi di interesse. Il primo è legato alla fortuna critica di questo libro, dopo il quale alcuni hanno visto la fine dell’ispirazione del poeta (si pensi a Raboni) mentre altri hanno salutato una sua nuova stagione di idee, individuando poi in questa raccolta un punto di riferimento per la poesia italiana dei decenni successivi. È interessante notare come già gli Ossi di seppia fossero usciti presso la stessa collana, a cura di Pier Vincenzo Mengaldo. Ciò significa che anche per Satura si può fare lo stesso discorso critico, cioè portare questi versi nel terreno dei classici filologicamente commentati: insomma anche Satura viene accettato come “classico” montaliano, e di conseguenza come ultimo momento di un’unica poetica iniziata proprio con gli Ossi nel ‘25. Il secondo motivo è quello del curatore del volume: si tratta di Riccardo Castellana, giovane ricercatore universitario (classe ‘68) presso l’ateneo di Siena e allievo di Romano Luperini, storico critico e commentatore montaliano, di cui un breve saggio introduttivo.

Natalized

Dicembre 25, 2008

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Dintorni natalizi di Andrea Zanzotto

(da Sovrimpressioni, Milano, Mondadori, 1997)

Natale, bambino o ragnetto o pennino
che fa radure limpide dovunque
e scompare e scomparendo appare
come candore e blu
delle pieghe montane
in soprassalti e lentezze
in fini turbamenti e più
Bambino e vuoto e campanelle e tivù
nel paesetto. Alle cinque della sera
la colonnina del meteo della farmacia
scende verso lo zero, in agonia.
Ma galleggia sul buio
con sue ciprie di specchi.
Natale mordicchia gli orecchi
glissa ad affilare altre altre radure.
Lascia le luminarie
a darsi arie
sulla piazza abbandonata
col suo presepio di agenzie bancarie.
Natali così lontani
da bloccarci occhi e mani
come dentro fatate inesistenze
dateci ancora di succhiare
degli infantili geli le inobliate essenze.

Il cantore e l’aratore

Dicembre 21, 2008

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Aprendo il numero di dicembre di «Poesia» mi sono imbattuto in una bella sorpresa: Derek Walcott, premio Nobel per la letteratura nel 1992, ha dedicato una poesia a Barack Obama. Il testo, apparso originariamente sul «Times» di Londra, è stato pubblicato in esclusiva per l’Italia sulla rivista edita da Crocetti nella traduzione di Matteo Campagnoli. Questo per dire che sul web girano altre traduzioni della stessa poesia col titolo sbagliato di Ode a aratore. Il titolo originale, Forty Acres (Quaranta acri) si riferisce invece alla “dote” che veniva promessa agli schiavi di colore liberati: 40 acri di terra e un mulo. Proprio su questa immagine Walcott costruisce il suo monumento a Obama, schiavo moderno ormai libero e pronto a cercare di dare un senso a questa sua nuova libertà. Ma i passaggi più interessanti di questa breve poesia sono quelli nei quali vengono rappresentati, col tipico tono epico che contraddistingue i versi di Walcott, gli amici (uniti dalla realizzazione di una speranza) e i nemici (quanti invece non hanno digerito un afroamericano alla Casa Bianca, per di più democratico) dell’aratore. Ecco che allora «in fila sul ramo c’è una corte/ inquieta di gufi occhialuti e, sul bordo del campo che indietreggia,/ uno spaventapasseri che gesticola e batte i piedi dalla rabbia»: probabilmente i cervelloni dell’intelligence militare o economica, assieme a un Bush (o un McCain) ormai sconfitto e dedito all’invidia. L’aratore si muove nel suo «campo di cotone/ punteggiato di neve», nel quale coltiva la sua e la speranza di molti. L’auspicio di Walcott è tremendamente gonfio di speranza e intensità emotiva, ma anche cosciente e giudizioso: dopo aver arato non resta altro da fare che seminare, perché «il solco attende il seminatore». Personalmente ho trovato delizioso il richiamo fra la figura (e il termine lessicale) dell’aratore, meticoloso amante della terra, e l’oratore, per definizione plasmatore di menti e opinioni. Le due cose risultano, se viste sotto questa luce, estremamente simili. Poi Obama, oltre che un buon oratore, è anche un oratore buono; Il presidente eletto non ha mancato di farsi fotografare il giorno dopo a Chicago con in mano proprio un volume dei Selected Poems di Walcott, quasi a volere ringraziare il poeta per l’onore concesso. Ma probabilmente siamo noi tutti a dover ringraziare entrambi.

Forty Acres

Out of the turmoil emerges one emblem, an engraving -
a young Negro at dawn in straw hat and overalls,
an emblem of impossible prophecy, a crowd
dividing like the furrow which a mule has ploughed,
parting for their president: a field of snow-flecked cotton
forty acres wide, of crows with predictable omens
that the young ploughman ignores for his unforgotten
cotton-haired ancestors, while lined on one branch, is
a tense
court of bespectacled owls and, on the field’s receding rim-
a gesticulating scarecrow stamping with rage at him.
The small plough continues on this lined page
beyond the moaning ground, the lynching tree,
the tornado’sblack vengeance,
and the young ploughman feels the change in his veins,,
heart, muscles, tendons, till the land lies open like a flag as dawn’s sure
light streaks the field and furrows wait for the sower.

Quaranta acri

Dal tumulto emerge un emblema, un’incisione –

un giovane Negro all’alba in salopette e cappello di paglia,

l’emblema di una profezia impossibile, una folla

che si divide come il solco che il mulo ha dissodato

si apre per il suo presidente: un campo di cotone punteggiato di neve

ampio quaranta acri, con i suoi corvi dai prevedibili auspici

che il giovane aratore ignora per i suoi avi non scordati

dai capelli di cotone, mentre in fila su un ramo c’è una corte

inquieta di gufi occhialuti e, sul bordo del campo che indietreggia,

uno spaventapasseri che gesticola e batte i piedi dalla rabbia.
Il piccolo aratro prosegue su questa pagina rigata

oltre il suolo gemente, l’albero dei linciaggi, la vendetta nera del tornado

e il giovane aratore sente il cambiamento nelle vene, nel cuore, nei muscoli e nei tendini,

finché la terra è aperta come una bandiera mentre la luce certa

dell’alba stria i campi e il solco attende il seminatore.

 

Una quadratura dei conti

Ottobre 28, 2008

In questo periodo così burrascoso e maledettamente marchiato dall’incertezza del futuro(e dei futuri) non bisogna cedere alla tentazione di non considerare più la letteratura, e in generale il respiro culturale di un intero popolo, come una delle ricette per un diverso vivere, se non migliore, almeno più dignitoso; chi scrive, ma soprattutto, ed è bene più che sottolinearlo, gridarlo, chi legge continua a resistere, partecipando e facendo reagire la propria sensiblità alle vertigini del pensiero. Ecco che allora alla crisi economica e a quella sociale della reiterazione dei soprusi e delle manifestazioni di disprezzo per l’ormai logora veste democratica del nostro Paese possono rispondere e far riflettere, quando non stringere mente e cuore, pochi, semplicissimi versi, per di più vecchi di quarant’anni, a testimonianza che, come recita una sottilissima massima proustiana, «la cosa più diffusa al mondo non è il buon senso, ma la bontà». Putroppo.

Dalla mia finestra

Eh, le misure della notte, l’ambiguo

lume di luna che confonde

il protocollo dei marmi, l’ombra che ravviva

gli strombi delle finestre, le profonde

gole dei cornicioni

scampati (ancora per poco) al viceregno

delle imprese, al morso dei capitali

premiati col sette, sette e mezzo per cento mentre sai, con la [campagna

è già tanto se copri le tue spese…

Giovanni Raboni, Le case della Vetra, 1966