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Tutto il moralismo che non c’è

Novembre 2, 2008

Quando ho letto Luciano Bianciardi per la prima volta mi sono subito chiesto quale fosse la sua posizione nell’establishment culturale del nostro paese durante gli anni del boom, e successivamente perchè, a differenza di Pasolini, Bianciardi non era ancora diventato un simbolo, data la diffusione in Italia di questa pratica del malcostume sociale. La prima risposta è stata la più ovvia per i suoi lettori: a Bianciardi non è mai interessato condividere gli atteggiamenti e le attitudini né di quella che una volta era chiamata società letteraria, né del suo indotto produttivo: l’industria culturale, appunto. Superfluo indovinare il perchè di una lenta estromissione del suo lavoro dai poteri ufficiali dell’editoria italiana; la sua biografia ne è la testimonianza migliore.

Poi, però, ho letto Il lavoro culturale, ed ho compreso meglio. Bianciardi era uno scrittore potentissimo, il cui strumento narrativo consisteva in una prosa minata al suo interno dalle contraddizioni culturali che attanagliavano l’autore stesso: toscanismi e sintassi asciutta ed elegante convivono assieme senza schiacciarsi i piedi. Tutta la verità di una generazione che poteva diventare il motore dell’industria della cultura e del sapere italiano è lì, nella verginità di chi proviene dalla provincia tranquilla e non ancora ricca, nel sarcasmo lieve, ma soprattutto nell’ironia che connota l’intelligenza critica ed autocritica. Basti pensare alle pagine d’apertura de La vita agra per capire come Bianciardi temesse l’avanzata inesorabile e degenerante della burocrazia nell’isituto simbolo, questo sì, della cultura: la biblioteca.

Ecco perchè ho divorato questo pamphlet proposto da Stampa Alternativa, Non leggete i libri, fateveli raccontare (€ 9), da poco comparso in libreria; Cos’altro aggiungere alle mezze verità che Bianciardi riempie con la sua dissacrante scrittura (si tratta di sei articoli comparsi in una rivista delgi anni ‘60, «ABC»), nella quale conta sempre una velata mainconia accesa a tratti dalle impennate ironiche della sua penna, non so. A questo punto posso solo accogliere con piacere il cauto movimento editoriale che sta pian piano riscoprendo la figura di Bianciardi, cui sembra aver dato avvio quell’ Antimeridiano (Isbn Edizioni, 2008) giunto quest’anno al suo secondo ed ultimo volume. Ovviamente si sconta un grosso ritardo, così come fortunatamente si è ancora in tempo per salvare Bianciardi dalla già paventata degenerazione in simbolo.