In questo periodo così burrascoso e maledettamente marchiato dall’incertezza del futuro(e dei futuri) non bisogna cedere alla tentazione di non considerare più la letteratura, e in generale il respiro culturale di un intero popolo, come una delle ricette per un diverso vivere, se non migliore, almeno più dignitoso; chi scrive, ma soprattutto, ed è bene più che sottolinearlo, gridarlo, chi legge continua a resistere, partecipando e facendo reagire la propria sensiblità alle vertigini del pensiero. Ecco che allora alla crisi economica e a quella sociale della reiterazione dei soprusi e delle manifestazioni di disprezzo per l’ormai logora veste democratica del nostro Paese possono rispondere e far riflettere, quando non stringere mente e cuore, pochi, semplicissimi versi, per di più vecchi di quarant’anni, a testimonianza che, come recita una sottilissima massima proustiana, «la cosa più diffusa al mondo non è il buon senso, ma la bontà». Putroppo.
Dalla mia finestra
Eh, le misure della notte, l’ambiguo
lume di luna che confonde
il protocollo dei marmi, l’ombra che ravviva
gli strombi delle finestre, le profonde
gole dei cornicioni
scampati (ancora per poco) al viceregno
delle imprese, al morso dei capitali
premiati col sette, sette e mezzo per cento mentre sai, con la [campagna
è già tanto se copri le tue spese…
Giovanni Raboni, Le case della Vetra, 1966