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Una quadratura dei conti

Ottobre 28, 2008

In questo periodo così burrascoso e maledettamente marchiato dall’incertezza del futuro(e dei futuri) non bisogna cedere alla tentazione di non considerare più la letteratura, e in generale il respiro culturale di un intero popolo, come una delle ricette per un diverso vivere, se non migliore, almeno più dignitoso; chi scrive, ma soprattutto, ed è bene più che sottolinearlo, gridarlo, chi legge continua a resistere, partecipando e facendo reagire la propria sensiblità alle vertigini del pensiero. Ecco che allora alla crisi economica e a quella sociale della reiterazione dei soprusi e delle manifestazioni di disprezzo per l’ormai logora veste democratica del nostro Paese possono rispondere e far riflettere, quando non stringere mente e cuore, pochi, semplicissimi versi, per di più vecchi di quarant’anni, a testimonianza che, come recita una sottilissima massima proustiana, «la cosa più diffusa al mondo non è il buon senso, ma la bontà». Putroppo.

Dalla mia finestra

Eh, le misure della notte, l’ambiguo

lume di luna che confonde

il protocollo dei marmi, l’ombra che ravviva

gli strombi delle finestre, le profonde

gole dei cornicioni

scampati (ancora per poco) al viceregno

delle imprese, al morso dei capitali

premiati col sette, sette e mezzo per cento mentre sai, con la [campagna

è già tanto se copri le tue spese…

Giovanni Raboni, Le case della Vetra, 1966