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Una lingua materiale

Dicembre 11, 2008
Giorgio Vasta, Il tempo materiale, minimum fax, 2008

Giorgio Vasta, Il tempo materiale, minimum fax, 2008

Giorgio Vasta ha scritto un libro molto bello. Se si pensa che di libri belli se ne scrivono ogni anno sempre più pochi, vuoi per le restrizioni del mercato (gli editori non ricercano più l’esordiente valevole, ma quello vendibile), vuoi per l’effettiva piccolezza degli autori, ecco che il suo diventa un caso molto felice; un caso che sa di eccezione.

Il tempo materiale è stato accolto favorevolmente dalla critica, quasi non si trattasse di un solito romanzo. Effettivamente, al centro dell’intera vicenda, qui riassunta, non c’è tanto una tesi o una versione dei fatti, né tantomeno una sintesi finale con intenti revisionisti; a monte di tutto (o quasi tutto) c’è la lingua. Il tempo materiale è un libro dedicato alla lingua, al linguaggio e alla visione del mondo attraverso il linguaggio. Di più; è un libro vissuto linguisticamente. Qui sta la vera eccezione, il vero valore del romanzo.

Un primo punto di valore linguistico risiede nel ruolo che la lingua assume all’interno della vicenda. I tre ragazzini, che ad un certo punto rimpiazzano i propri nomi con delle sigle “di lotta” (alla scelta di Nimbo, Volo e Raggio è dedicato un intero capitolo), vivono intensamente una realtà diversa dal punto di vista linguistico. Il dialetto, infatti, diventa la linea di demarcazione di una diversità sociale e culturale:

Fermi nei vicoli, al centro dei catoi, ci sono i palermitani. Parlano gutturalmente, gastrici, una continua raschiatura di parole nella gola e nella pancia. Esclamano. Il palermitano è una lingua esclamativa

La loro, invece, è una lingua di rigore e  geometria. Se i loro coetanei a scuola si esprimono nella crudeltà materiale del palermitano, i tre fanno invece fatica a ricondurre la realtà che li circonda al loro eloquio di estrazione borghese e benestante. Così Nimbo, l’io narrante, subisce il fascino geometrizzante e misuratamente enfatico dei comunicai Br ascoltati in tv o letti sul giornale. Finirà anzi ad imitarli e, al più, a correggerne il timbro verso un’enfasi ancora più asciutta e diretta.

Un secondo punto di valore, per nulla trascurabile, sta nella forza linguistica della scrittura di Vasta. Essa procede calma e controllata, se non attentamente tesa a evocare senso da scene minime e apparentemente vuote. Basta leggere alcune descrizioni di luoghi:

La radura del porno sta tra la strada e la cancellata posteriore della chiesa di Santa Lucia, una specie di terra di nessuno, quaranta metri quadrati di immondizie e di un fogliame casuale che procedendo verso l’interno si infittisce fino a diventare una parete di rami e foglie nere [...] Lì, circondato da un’aureola di stoppia calpestata, c’è un cespuglio sferoidale che affiora mezzo metro dal terreno. È fatto di rametti ostili e di foglie livide, un globo blu che è insieme cassaforte e strumento di divinazione.  Bocca è l’unico, con il coraggio delle mani, a poter spingere il braccio nella testa vegetale e a cavarne sesso.

 In fondo pochi scrittori oggi utilizzano la lingua come mezzo visionario, come strumento per la creazione di immagini dense di contenuto. Evidentemente a Giorgio Vasta non interessa usare il senso corrente e comune della lingua, ovvero scrivere per comunicare, per passare un messaggio piatto e già scontato; credo che il suo romanzo dimostri come sia ancora possibile scrivere letterariamente, evocando senso e sentimento in ogni periodo di un paragrafo, di un libro.

Sicuramente si tratta di un successo della letteratura; forse si tratta, però, anche di una pena da scontare per l’abuso che facciamo della nostra lingua. Come non essere d’accordo con l’autore quando uno dei suoi personaggi dice che siamo colpevoli di linguaggio.