L’incondizionata vocazione alla risata è un traino per qualsiasi finalità, ma sulla potenza demistificatoria del riso, o sulla sua chirurgica volontà di separare il noto dall’ignoto e quindi il serio dal faceto, a volte i confini non sono chiari e ci si ritrova a discutere troppo spesso del valore, presuto o meno, di quel comico o di quella battuta. Trovo però che il godimento più grande risieda nella possibilità, a partire da quella medesima battuta o sketch, di interrogarsi sulla realtà da cui si pretende di trarre il succo della risata, di vedere sempre il serio, o il marcio, che c’è dietro la maschera comica. Il preambolo è un po’ lungo e stucchevole, lo so, ma m’è, come si dice, venuto spontaneo, proprio come una risata . L’occasione invece è quella di questo libro (thanks to Gianni) sulla decadenza del buon vecchio spirito “nazional-popolare” a favore della proliferazione del suo opposto “irrazionale”; al di là della discutibile scelta lessicale per etichettare questa formula, decisamente e difficilmente si potrà essere in disaccordo con i suoi inventori, ai quali va il merito di aver pensato originalmente al tutto. Così, non resta che divertirsi a trarre dalla questione un ammissibile e perdonabile gioco della torre; se tra i “sommersi” aggiungo Valentino Rossi con la sua idiozia da campione del mondo e rincaro la dose su Baricco, tra i “salvati” mi sbraccio per dare lustro e critica ad un vero artista come Antonio Albanese. Perchè come lui o come Gassman (interprete e poeta in proprio mai naif) ce ne restano davvero pochi.