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Berlin luna park

Novembre 23, 2008

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L’immaginario collettivo è un vaso di Pandora sempre pronto a dischiudere sorprese. Chiunque s’interroghi sull’attuale status di Berlino può, più o meno facilmente, risalire a quelle conoscenze comuni riguardo la sua neo-architettura a tratti futuribile o l’ormai proverbiale serietà dei suoi abitanti; può infine ripensare allo spettacolo del muro, che nella nostra mente compare sempre come un murales, e mai in quella che fu la sua vera forma, una colata di cemento coronata di fil ferreo. Eppure, come si è detto, il mito non è mai scontato, soprattutto se la variabile che condiziona la nostra fruizione sta nell’astuzia di chi lo narra o, in un’accezione più moderna, lo amministra.

Check Point Charlie, si sa anche questo, è uno dei luoghi mitici della contemporaneità, con tanto di finto soldato americano che ricorda la fine del settore alleato oltre la sbarra, e come tale è passato esso stesso al varco dell’icona e dell’idolatria consumistica. Dalla porta di Brandeburgo Reagan invitò Gorbaciov ad abbattere le ultime ritrosie in nome dell’unificazione delle due Germanie e di migliaia di vite umane che per anni hanno visto occhi familiari e sconosciuti soltanto attraverso del cemento: si è costruito attorno a questa gente, ma non per loro. Da qui oggi noi diamo corso alla stupidità turistica che non tollera il silenzio, ma solo i flash delle macchine fotografiche, queste sì, sempre più silenziose.

Mi domando, mentre oggi attraverso liberamente questo assordante silenzio, se io sia legittimato a capire, o per lo meno ad avvicinarmi a quell’orrore. Io che non ho mai visto una guerra con i miei occhi proprio perché loro mi hanno preservato da essa con cinquant’anni di sacrificio, cinquant’anni di piombo sulla testa e nel cuore.

Il museo del muro è pochi metri più avanti dell’attore soldatino, ingresso rapido e stranamente confuso. All’interno foto storiche, ricostruzioni delle macchine di fuga, insomma un campionario della furbizia umana che è ben racchiuso in una massima su un pannello: l’arte della fuga è la madre delle invenzioni. Ed è momentaneo, allora, l’istinto di fuggire proprio da lì, dalla mediocrità e dall’assenza di pensiero cui ammoniva il Leopardi critico disincantato del moderno. Andare in fuga è cosa simile e dissimile al tempo stesso alla vita presa in un momento preciso, nel quale si incrociano dubbi e perplessità, violenze della paura e noncuranze dell’affetto: da quel posto non ho che patito fin da subito l’ansia di fuggire.

M’è parso più spontaneo gettare lo sguardo sui due grandi spiazzi antistanti il Checkpoint sui quali sorgeranno, come testimonia un modellino dell’area nell’altra sala, due cimiteri, due distese di croci, tanto da richiamare in un legame di pietà le distese uguali che aprono la strada che dalle colline porta a Sarajevo.

Forse faremmo meglio a non aprire il vaso delle ovvietà e della sciatteria culturale nel quale siamo immersi. Dopotutto se il mito, come diceva Calvino sul classico, non smette mai di dire quello che ha da dirci, si può sempre ripensarlo e viverlo, come suggerisce l’etimologia greca, con le parole giuste.