Berlin luna park

Novembre 23, 2008 di arsenio84

check

L’immaginario collettivo è un vaso di Pandora sempre pronto a dischiudere sorprese. Chiunque s’interroghi sull’attuale status di Berlino può, più o meno facilmente, risalire a quelle conoscenze comuni riguardo la sua neo-architettura a tratti futuribile o l’ormai proverbiale serietà dei suoi abitanti; può infine ripensare allo spettacolo del muro, che nella nostra mente compare sempre come un murales, e mai in quella che fu la sua vera forma, una colata di cemento coronata di fil ferreo. Eppure, come si è detto, il mito non è mai scontato, soprattutto se la variabile che condiziona la nostra fruizione sta nell’astuzia di chi lo narra o, in un’accezione più moderna, lo amministra.

Check Point Charlie, si sa anche questo, è uno dei luoghi mitici della contemporaneità, con tanto di finto soldato americano che ricorda la fine del settore alleato oltre la sbarra, e come tale è passato esso stesso al varco dell’icona e dell’idolatria consumistica. Dalla porta di Brandeburgo Reagan invitò Gorbaciov ad abbattere le ultime ritrosie in nome dell’unificazione delle due Germanie e di migliaia di vite umane che per anni hanno visto occhi familiari e sconosciuti soltanto attraverso del cemento: si è costruito attorno a questa gente, ma non per loro. Da qui oggi noi diamo corso alla stupidità turistica che non tollera il silenzio, ma solo i flash delle macchine fotografiche, queste sì, sempre più silenziose.

Mi domando, mentre oggi attraverso liberamente questo assordante silenzio, se io sia legittimato a capire, o per lo meno ad avvicinarmi a quell’orrore. Io che non ho mai visto una guerra con i miei occhi proprio perché loro mi hanno preservato da essa con cinquant’anni di sacrificio, cinquant’anni di piombo sulla testa e nel cuore.

Il museo del muro è pochi metri più avanti dell’attore soldatino, ingresso rapido e stranamente confuso. All’interno foto storiche, ricostruzioni delle macchine di fuga, insomma un campionario della furbizia umana che è ben racchiuso in una massima su un pannello: l’arte della fuga è la madre delle invenzioni. Ed è momentaneo, allora, l’istinto di fuggire proprio da lì, dalla mediocrità e dall’assenza di pensiero cui ammoniva il Leopardi critico disincantato del moderno. Andare in fuga è cosa simile e dissimile al tempo stesso alla vita presa in un momento preciso, nel quale si incrociano dubbi e perplessità, violenze della paura e noncuranze dell’affetto: da quel posto non ho che patito fin da subito l’ansia di fuggire.

M’è parso più spontaneo gettare lo sguardo sui due grandi spiazzi antistanti il Checkpoint sui quali sorgeranno, come testimonia un modellino dell’area nell’altra sala, due cimiteri, due distese di croci, tanto da richiamare in un legame di pietà le distese uguali che aprono la strada che dalle colline porta a Sarajevo.

Forse faremmo meglio a non aprire il vaso delle ovvietà e della sciatteria culturale nel quale siamo immersi. Dopotutto se il mito, come diceva Calvino sul classico, non smette mai di dire quello che ha da dirci, si può sempre ripensarlo e viverlo, come suggerisce l’etimologia greca, con le parole giuste.

Un borghese barese barese

Novembre 19, 2008 di arsenio84

bari

 

Peccato che stavolta l’avvocato Guerrieri non c’entri, per lo meno direttamente, altrimenti avremmo avuto il nostro Malaussène. Eppure la Bari notturna e imprevedibile, nei ricordi e negli odori, che ci racconta Carofiglio ha la stessa forma di quella che fa da scenario alle inchieste giudiziarie del Montalbano nostrano. Ma come si sa, e com’è stato detto più volte, Camilleri è un altro scrittore. Carofiglio lo sa e giustamente non ha mai avuto intenzione di mettersi alla pari col siciliano, nè tantomeno di imitarlo; di questo, almeno, occorre dargli merito. Quando però in Nè qui nè altrove compare una visione e un vissuto, diciamolo, fondamentalmente borghese e agiato della città, c’è poco da aggiungere. E ben poco altro da immaginare. L’effetto che ne risulta è quello di perdere, nel veder rappresentanta soltanto una parte del discorso sulla città, il resto delle vite e delle questioni sociali che, tuttavia, investono la maggiorparte della popolazione e della vita dei baresi. Fondamentalmente in questo suo ultimo libro di Carofiglio (e chi scrive non potrebbe che rifarsi alla stesso “sentire” borghese, per estrazione e non per affiliazione), manca dunque qualcosa. Un racconto, o romanzo brevissimo (ma andrebbe meglio la consumistica etichetta di “mini-romanzo”) che vuole inserirsi in un una collana dedicata a diverse città italiane come «Contromano» di Laterza, meriterebbe per la nostra città un esponente più versato al rischio, più esposto alla realtà. Purtroppo, però, non ho nomi, e me ne dispiace molto. Ecco allora che Bari viene letta in tutta Italia, per ovvie ragioni mediatiche e di mercato, con gli occhi di Carofiglio, autore ormai lanciato persino a livello internazionale, i cui libri sono approdati anche al grande schermo, con risultati, a quanto pare, anche questi discutibili. Nè qui nè altrove non racconta nulla di nuovo, ma ripete e ricorda cose ormai digerite da tempo: lo sbarco albanese nel ‘91, il rogo Petruzzelli, persino la costruzione del S.Nicola per Italia ‘90. Per non parlare di San Nicola, povero lui. Non ci sono i movimenti studenteschi del ‘68 (quelli descritti invece nella bellissima “cronaca” del prof. Martino, ), non c’è il degrado del CPT del San Paolo, non c’è nessun riferimento al bombardamento del ‘43, nè si parla della vita a Enziteto; lì di certo non c’è Proust che possa trarvi letteratura, al massimo un Pasolini; oggi sicuramente un Saviano. Poco male, in conclusione, se a Bari spetta il cantore Carofiglio: pare che l’unica questione centrata dal padre dell’avvocato Guerrieri sia proprio l’indifferenza di molti dei suoi cittadini, come se non si trovassero nella loro città, come se non fossero nè lì nè altrove.

Il genio al potere

Novembre 15, 2008 di arsenio84

 

maradona1999

 

A vedere Diego Maradona seduto sulla panchina della nazionale argentina (la sigla AFA sulle maglie della Selecciòn riporta sempre all’atmosfera accaldata dei campi di Buenos Aires) è difficile pensare che si possa trattare dello stesso artista del furto che con una mano affondò, almeno per un giorno, il colonialismo sportivo inglese (si pensi al rugby o al cricket) che aveva, per un grottesco gioco del destino, disegnato le regole del futuro fair play. Cose che accadono solo ai grandi geni. Ma non è tutto; vedere Maradona allenare la squadra del suo paese fa volare la mente al sogno platonico della filosofia al potere, ché per l’ateniese avrebbe rappresentato il vertice sociale di una comunità, la realizzazione del bene comune.

Poi, se si è ormai sull’onda dell’elucubrazione, da Platone il passo è breve fino a Václav Havel, poeta e uomo simbolo della primavera di Praga che è stato presidente del suo paese, la Repubblica Cèca, dal 1993 al 2003. Insomma la piega biografica del pibe de oro sembra essere la realizzazione di un sogno a metà tra la massima professionalità di una carica e il suo affidamento a chi possa definirsene perfetta incarnazione: Maradona era un calciatore, ma soprattutto Maradona è il calcio. A lui, come s’è detto, e solo a Mozart o ad altri geni, è permesso tutto ciò, con il corollario, per noi spettatori e gustai delle loro opere, che durerà poco, perché nessun sogno può durare a lungo. L’occasione, comunque, è ghiottissima, e consiste nella chance che avremo di deliziare i nostri sensi con i tratti di poesia che per forza di cose emergeranno dal lavoro di un genio.

Se l’Argentina non supererà le qualificazioni, non andrà al Mondiale, ci saranno polemiche, forse qualche caso di depressione clinica, ma Maradona rimarrà lì, al suo posto, cioè nel cuore della gente. La gente, appunto; se dovesse davvero andare così, i tifosi e non solo loro, non penseranno che a ricordare quella mossa tattica del loro genio-allenatore, che nonostante i due goal di vantaggio mandò in campo l’ennesima punta per cercare di regalare l’ennesimo goal, così come, se dovesse arrivare una nuova crisi economica, non penseranno che al pane che la rivoluzione potrebbe dare loro anche per un solo giorno.

Tutto il moralismo che non c’è

Novembre 2, 2008 di arsenio84

Quando ho letto Luciano Bianciardi per la prima volta mi sono subito chiesto quale fosse la sua posizione nell’establishment culturale del nostro paese durante gli anni del boom, e successivamente perchè, a differenza di Pasolini, Bianciardi non era ancora diventato un simbolo, data la diffusione in Italia di questa pratica del malcostume sociale. La prima risposta è stata la più ovvia per i suoi lettori: a Bianciardi non è mai interessato condividere gli atteggiamenti e le attitudini né di quella che una volta era chiamata società letteraria, né del suo indotto produttivo: l’industria culturale, appunto. Superfluo indovinare il perchè di una lenta estromissione del suo lavoro dai poteri ufficiali dell’editoria italiana; la sua biografia ne è la testimonianza migliore.

Poi, però, ho letto Il lavoro culturale, ed ho compreso meglio. Bianciardi era uno scrittore potentissimo, il cui strumento narrativo consisteva in una prosa minata al suo interno dalle contraddizioni culturali che attanagliavano l’autore stesso: toscanismi e sintassi asciutta ed elegante convivono assieme senza schiacciarsi i piedi. Tutta la verità di una generazione che poteva diventare il motore dell’industria della cultura e del sapere italiano è lì, nella verginità di chi proviene dalla provincia tranquilla e non ancora ricca, nel sarcasmo lieve, ma soprattutto nell’ironia che connota l’intelligenza critica ed autocritica. Basti pensare alle pagine d’apertura de La vita agra per capire come Bianciardi temesse l’avanzata inesorabile e degenerante della burocrazia nell’isituto simbolo, questo sì, della cultura: la biblioteca.

Ecco perchè ho divorato questo pamphlet proposto da Stampa Alternativa, Non leggete i libri, fateveli raccontare (€ 9), da poco comparso in libreria; Cos’altro aggiungere alle mezze verità che Bianciardi riempie con la sua dissacrante scrittura (si tratta di sei articoli comparsi in una rivista delgi anni ‘60, «ABC»), nella quale conta sempre una velata mainconia accesa a tratti dalle impennate ironiche della sua penna, non so. A questo punto posso solo accogliere con piacere il cauto movimento editoriale che sta pian piano riscoprendo la figura di Bianciardi, cui sembra aver dato avvio quell’ Antimeridiano (Isbn Edizioni, 2008) giunto quest’anno al suo secondo ed ultimo volume. Ovviamente si sconta un grosso ritardo, così come fortunatamente si è ancora in tempo per salvare Bianciardi dalla già paventata degenerazione in simbolo.

 

La sineddoche di Saviano

Ottobre 30, 2008 di arsenio84

Su Nazione Indiana un post di Helena Janeczek ha ribadito la centralità di un tema lanciato in rete tempo addietro da WuMing sotto la provocatoria formula di «desavianizzare Gomorra»; la Janeczek sostiene che «ha ragione Saviano quando dice che non è stato il suo libro a innescare una reazione da parte della camorra, ma il successo del suo libro, la trasformazione del suo libro e di lui stesso in qualcosa che riveste un valore simbolico per moltissime persone». Una reale, pericolosa sineddoche.

Confesso di non aver letto, come tanti, Gomorra; ed è deplorevole (ammetto anche questo) firmare appelli e documenti on-line a favore di Saviano senza avere presente il valore specifico del suo libro. Firmare in quella maniera (si tenga conto che anche gruppi su Facebook si sono impegnati in questo senso) spesso rappresenta più un atto di conformismo politico o culturale, che non una presa di coscienza in difesa di una causa reale. Chissà quanti firmatari hanno davvero letto Gomorra, o hanno partecipato con interesse alle letture in pubblico del libro di Saviano. Mi impegnerò dunque il prima possibile nella lettura di Gomorra, anche se sarà difficile tenere lontano il confronto con il film di Garrone, un’opera d’arte cinematografica intensa, reale se non viva, questa sì che ha scardinato la foresta iconoliga nel quale si cela l’efferatezza della Camorra. Per parlare chiaro; la Gomorra garroniana è riuscita a ritagliarsi con piena legittimazione una cornice poetica all’interno del canone cinematografico, perchè si può ben dire che i due ragazzi che fanno di Scarface il modello della loro misera esistenza sono quanto di più autenticamente reale il cinema italiano abbia prodotto negli ultimi anni, ovvero la demistificazione del «buon gangster» e la messa in luce della crudeltà (fino ad allora non più così «banale») del male. Garrone, con l’arte dell’inquadratura e della fotografia, forse ha già «degomorrizzato Gomorra».

Allora davvero l’unica via per salvare Saviano è di riappropiarsi del suo libro (io aggiungo anche dello spostamento culturale da questo provocato) a discapito della sua figura umana e professionale; forse aiuterebbe Saviano l’essere preda di un movimento di discredito «positivo», finalizzato alla sua distruzione di personaggio pubblico. Se Falcone e Borsellino sono diventati simboli della lotta antimafia (ma come al solito lo sono diventati intensamente post mortem) lo stesso non si può dire per Leonardo Sciascia, ignorato perchè strenuo lottatore sul campo nel quale i due magistrati si erano sforzati di portare la battaglia, e cioè la coscienza di ognuno; nel suo caso la coscienza del proprio lettore.

Con Saviano siamo ancora in tempo, però. Guai a chi lo biasima perchè incerto se ripiegare in un paese più civile; incerto se continuare a essere solo un simbolo o poter di nuovo rendersi utile facendo quello che gli riesce meglio: scrivere. E di conseguenza vivere, e vivere. Allora bene hanno fatto, e si spera continueranno a fare, le letture in pubblico di Gomorra a sostegno di qualunque causa che comporti il mettere la faccia. Non quella di Saviano, ma la nostra.
 

Sentire Sangue, una lettura di Michele Mari

Ottobre 28, 2008 di arsenio84

Non ci sono dubbi nell’indicare nella persona di Michele Mari l’archetipo, o tutt’al più un semplice riferimento, dei personaggi dei romanzi o dei racconti del Mari autore, tra i più significativi del nostro panorama letterario; questa asserzione procede da sé e in via naturale per il lettore, senza ch’egli abbia necessità d’essere informato sulla biografia dell’autore; a palesare l’assioma sono le pagine dei racconti di Mari, ben più forse dei romanzi.
Dunque al lettore va in primis il piacere di sentire coincidere (accade sempre più raramente nella nostra narrativa) la pulsione delle vite narrate nel testo e l’esistenza reale dell’autore che le sottende, quasi come se si trattasse di un immaginario fondo di garanzia letterario; guai, però, a fermarsi qui.
Michele Mari possiede infatti un dono creativo non comune, quello di affidare all’infanzia, suo tema prediletto e ben lontano dal declinarsi in un compianto per l’età perduta, tutte le funzioni che si richiedono ad un valido strumento d’indagine, ad una lente d’ingrandimento della vita; saggiare la consistenza del presente solo subendo il passato.
Leggendo Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1997) ci si immerge subito nella pietà della memoria infantile, nella prigionia delle libere passioni intellettuali, ma al tempo stesso, e qui sta la novità, ci si irretisce dinanzi ai caratteri tipici del gotico e del traslato sanguinoso, come suggerisce il titolo stesso, che popolano i racconti della raccolta. Estasi e tormento, verrebbe da dire, quando si legge «Bere non più per spegnere la sete ma per diluire il veleno che sei», cifrario comune ad altri luoghi del libro, nonché dell’intera produzione di Mari. In soccorso del lettore occorrerà allora dire che questa oscura sottoveste deriva dalla frequentazione dei classici della narrativa della gioventù: da Salgari a Poe, da Conrad al brivido delle avventure degli Urania (vedi Le copertine di Urania), dai quali però l’autore sembra aver assimilato assieme alla linfa della letteratura anche il morbo del lato oscuro, della «linea d’ombra» della vita.
Ma la letteratura di viaggio, nelle modalità fluttuanti della frequentazione giovanile (si veda Otto scrittori) è vissuta sulla pelle, come un’altra vita, e dunque tanto più autenticamente quanto più quella di altri autori (si pensi a La misteriosa fiamma della regina Loana di Eco) volge invece il disio solo a se stessa. «Annullando ogni distinzione fra vita e letteratura, provavo il malessere di chi si sa votato allo scorbuto e al razionamento dell’acqua, al giro di chiglia, al tradimento, all’umiliazione, alla morte» si legge in Mari.
Da queste letture è nato un legame indissolubile tra infanzia e mistero, tra età dell’oro e tenebrosa vitalità, di cui il morbo s’è fatto cronica gestazione.
Nel 2004 Einaudi ha ripubblicato la prima raccolta di prose di Mari, Euridice aveva un cane (Bompiani, 1993), il cui vertice è stato collocato dalla critica ne I palloni del signor Kurz, apologo sul legame tra l’ansia di vita della giovinezza e i rischi del suo inabissarsi in età matura, scolpiti nel riferimento conradiano nel titolo. Eppure nel testo omonimo dell’intera silloge, Euridice aveva un cane appunto,  c’è un episodio decisivo, quello del regalo di una lampadina moderna alla vedova Flora da parte dei Baldi, i vicini del protagonista: l’orrido disappunto di questo giunge violentemente inatteso, ed è la scintilla che fa uscire allo scoperto le elucubrazioni del giovane personaggio: in lui c’è Mari autore con la sua dolorosa scelta, umana e intellettuale, di rinuncia alla contemporaneità che per quanto possa delinearsi compiuta e cosciente, resta però legata ad un irrimediabile destino di morte: Euridice aveva un cane, Tutti morimmo a stento ma anche Mi hanno sparato e sono morto sono idilli infantili in forma di racconto ma di sostanza cinerea, foschi più che fuligginosi, fusi in un azzurro che non tarda a farsi avvertire oscuramente nostalgico. Anche in questo Mari si rende grato ad una serie di puntuali modelli letterari. Di un lombardismo di fondo in Mari si può parlare, infatti, a patto di non cadere nella banalità dell’applicazione di modelli critici già dati, nei quali non v’è traccia dell’intensità viscerale che coagula, invece, nella sua scrittura; certo c’è Sereni, c’è Manganelli e altrettanto certamente si ritrova una vena gaddiana (soprattutto nell’impianto del dolore, come detto), ma non va svilito nell’ovvietà l’utilizzo dei celebri ritrovati di finzione manzoniana; insomma leggere La stiva e l’abisso (Bompiani, 1992; poi Einaudi, 2002) o Filologia dell’anfibio (Bompiani, 1995) come miseri romanzi di «riuso»dei generi è quanto ci sia di più vicino al pervertire il senso ultimo contenuto, e più spesso trattenuto a denti stretti, nei romanzi di Mari.
Il prezzo che paga il lettore per accedere alle visioni del passato sta nello scarto linguistico, nella ricercata distanza tra la materia trattata e la resa lessicale, prima che sintattica, che nel caso di Io venìa pien d’angoscia a rimirarti (Longanesi, 1990) permette all’autore di far coincidere la lingua leopardiana «purificata» con le inquietudini personali del giovane Tardegardo, altro alter ego dell’autore, dando vita ad una coincidenza perfetta tra vita e finzione, fra la letteratura e sua verifica nella realtà. Va intesa così la sostanza della lingua di Mari, a livello di un engagement all’opposto del canone ufficiale, secondo i dettami che fanno della sua una sperimentazione non sul classico, ma del classico. In sintesi: Mari non agisce sotto le vesti dell’operatore postumo, del riciclatore di forme e modelli tradizionali, ma viola volutamente le distanze che lo separano da tali modelli, finendo, più che a identificarsi con essi, a «pensare» con essi;
Peccato, e si perdoni il ritardo dell’osservazione «attualizzante»che proprio l’ultimo lavoro di Michele Mari, Verderame (Einaudi, 2007) sembra porsi nell’iter della produzione del suo autore come una barriera, uno stallo che costringe ad arrestarsi e, speriamo non sia il suo caso, a ristagnare in attesa che s’apra un canale di scolo. E’ vero che il dialetto lombardo del vecchio Felice sa di testimonianza viva e vera nel senso memoriale del termine, ma in tutto il testo manca quel «sentire sangue» cui Mari ha abituato il suo lettore.
Ciò nonostante si può ben dire che l’infanzia di Mari è da preferire di gran lunga a quella di altri autori come Ammaniti o come l’osannato Giordano che, sebbene più giovani, paiono però non aver mai vissuto e pensato letterariamente come appunto ha invece sempre fatto Michele Mari, cui va il merito di aver proposto, in anni di pulpitazioni e di cannibalismi, una delle poche e valide ricette letterarie.
Così il giovane Tardegardo, e come lui il maturo filologo Mari, non ha dubbi sul come definire tutto quello che la sua tenera età fa continuamente terribile: «Sai tu donde questo procede? Non d’altro, Orazio mio, che da nostalgia».

Michele Mari (Milano, 1995) ha pubblicato i romanzi e racconti: Di bestia in bestia (Longanesi, 1989), La stiva e l’abisso (Bompiani, 1992 e Einaudi, 2002), Euridice aveva un cane (Bompiani, 1993 e Einaudi, 2004), Filologia dell’anfibio (Bompiani, 1995), Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori, 1997 e 1999), Io venia pien d’angoscia a rimirarti (Longanesi 1990 e Marsilio 1998), Rondini sul filo (Bompiani, 1999) e Tutto il ferro della torre Eiffel (Einaudi, 2002), Verderame (Einaudi, 2007)

I rischi dell’E-ncompentenza

Ottobre 28, 2008 di arsenio84

Dal testo della discussa (e deprecabile) legge 133 :

Capo V
Istruzione e ricerca

Art. 15.
Costo dei libri scolastici

2. Al fine di potenziare la disponibilità e la fruibilità, a costi contenuti di testi, documenti e strumenti didattici da parte delle scuole, degli alunni e delle loro famiglie, nel termine di un triennio, a decorrere dall’anno scolastico 2008-2009, i libri di testo per le scuole del primo ciclo dell’istruzione, di cui al decreto legislativo 19 febbraio 2004, n. 59, e per gli istituti di istruzione di secondo grado sono prodotti nelle versioni a stampa, on line scaricabile da internet, e mista. A partire dall’anno scolastico 2011-2012, il collegio dei docenti adotta esclusivamente libri utilizzabili nelle versioni on line scaricabili da internet o mista. Sono fatte salve le disposizioni relative all’adozione di strumenti didattici per i soggetti diversamente abili.

Vale la pena fare molta attenzione alle parole sottolineate; il rischio è quello di prendere per un sollecito adeguamento alle norme sull’istruzione vigenti in altri paesi («al fine di potenziare la disponibilità e la fruibilità, a costi contenuti») e considerate all’avanguardia, un pericoloso discredito della funzione del libro di testo, inteso non più come carta bianca con corpo di parole nere né come scrigno di curatele e piccola arca a protezione di un lavoro culturale di base; insomma di ridurre a lettere su uno schermo senza solide garanzie scientifiche le nozioni con le quali si ciberà un’intera generazione scolastica. Per scongiurare quel rischio di sopra, a cui la metafora alimentare restituisce il pieno valore della sua importanza quasi fisica, non resta che adottare una sorta di atteggiamento di prudenza da retroguardia. Ponderare e affinare gli strumenti della vigilanzai intellettuale e culturale.

La moderna società dell’informazione ha realizzato una tumefazione delle capacità personali di sintesi ed analisi della realtà, nel nome della celerità del passaggio dell’informazione stessa e, soprattutto, del suo consumo; difficilmente un alunno del primo ciclo dell’istruzione della scuola primaria potrà rendersi conto di quello che c’è dietro una scrittura che gli viene imposta (difficilmente saprà anche questo) dall’alto. Se però questo può accadere già oggi, con l’introduzione dello strumento telematico la vicinanza del piccolo lettore con il testo sarà meno prossima appunto, fisicamente e lo sarà altrettanto il rischio per un testo in html di subire modificazioni sempre più frequenti. La progressiva scomparsa del libro, perchè questo è il messaggio contenuto fra le righe, fa il nodo con l’informatizzazione della scuola, la quale non è di per sè negativa, anzi; sappiamo bene però a cosa la terza “i” della scuola si leghi, nelle menti di chi ha concepito questo piano alquanto contorto, dopo l’inglese.

Una quadratura dei conti

Ottobre 28, 2008 di arsenio84

In questo periodo così burrascoso e maledettamente marchiato dall’incertezza del futuro(e dei futuri) non bisogna cedere alla tentazione di non considerare più la letteratura, e in generale il respiro culturale di un intero popolo, come una delle ricette per un diverso vivere, se non migliore, almeno più dignitoso; chi scrive, ma soprattutto, ed è bene più che sottolinearlo, gridarlo, chi legge continua a resistere, partecipando e facendo reagire la propria sensiblità alle vertigini del pensiero. Ecco che allora alla crisi economica e a quella sociale della reiterazione dei soprusi e delle manifestazioni di disprezzo per l’ormai logora veste democratica del nostro Paese possono rispondere e far riflettere, quando non stringere mente e cuore, pochi, semplicissimi versi, per di più vecchi di quarant’anni, a testimonianza che, come recita una sottilissima massima proustiana, «la cosa più diffusa al mondo non è il buon senso, ma la bontà». Putroppo.

Dalla mia finestra

Eh, le misure della notte, l’ambiguo

lume di luna che confonde

il protocollo dei marmi, l’ombra che ravviva

gli strombi delle finestre, le profonde

gole dei cornicioni

scampati (ancora per poco) al viceregno

delle imprese, al morso dei capitali

premiati col sette, sette e mezzo per cento mentre sai, con la [campagna

è già tanto se copri le tue spese…

Giovanni Raboni, Le case della Vetra, 1966