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Sentire Sangue, una lettura di Michele Mari

Ottobre 28, 2008

Non ci sono dubbi nell’indicare nella persona di Michele Mari l’archetipo, o tutt’al più un semplice riferimento, dei personaggi dei romanzi o dei racconti del Mari autore, tra i più significativi del nostro panorama letterario; questa asserzione procede da sé e in via naturale per il lettore, senza ch’egli abbia necessità d’essere informato sulla biografia dell’autore; a palesare l’assioma sono le pagine dei racconti di Mari, ben più forse dei romanzi.
Dunque al lettore va in primis il piacere di sentire coincidere (accade sempre più raramente nella nostra narrativa) la pulsione delle vite narrate nel testo e l’esistenza reale dell’autore che le sottende, quasi come se si trattasse di un immaginario fondo di garanzia letterario; guai, però, a fermarsi qui.
Michele Mari possiede infatti un dono creativo non comune, quello di affidare all’infanzia, suo tema prediletto e ben lontano dal declinarsi in un compianto per l’età perduta, tutte le funzioni che si richiedono ad un valido strumento d’indagine, ad una lente d’ingrandimento della vita; saggiare la consistenza del presente solo subendo il passato.
Leggendo Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1997) ci si immerge subito nella pietà della memoria infantile, nella prigionia delle libere passioni intellettuali, ma al tempo stesso, e qui sta la novità, ci si irretisce dinanzi ai caratteri tipici del gotico e del traslato sanguinoso, come suggerisce il titolo stesso, che popolano i racconti della raccolta. Estasi e tormento, verrebbe da dire, quando si legge «Bere non più per spegnere la sete ma per diluire il veleno che sei», cifrario comune ad altri luoghi del libro, nonché dell’intera produzione di Mari. In soccorso del lettore occorrerà allora dire che questa oscura sottoveste deriva dalla frequentazione dei classici della narrativa della gioventù: da Salgari a Poe, da Conrad al brivido delle avventure degli Urania (vedi Le copertine di Urania), dai quali però l’autore sembra aver assimilato assieme alla linfa della letteratura anche il morbo del lato oscuro, della «linea d’ombra» della vita.
Ma la letteratura di viaggio, nelle modalità fluttuanti della frequentazione giovanile (si veda Otto scrittori) è vissuta sulla pelle, come un’altra vita, e dunque tanto più autenticamente quanto più quella di altri autori (si pensi a La misteriosa fiamma della regina Loana di Eco) volge invece il disio solo a se stessa. «Annullando ogni distinzione fra vita e letteratura, provavo il malessere di chi si sa votato allo scorbuto e al razionamento dell’acqua, al giro di chiglia, al tradimento, all’umiliazione, alla morte» si legge in Mari.
Da queste letture è nato un legame indissolubile tra infanzia e mistero, tra età dell’oro e tenebrosa vitalità, di cui il morbo s’è fatto cronica gestazione.
Nel 2004 Einaudi ha ripubblicato la prima raccolta di prose di Mari, Euridice aveva un cane (Bompiani, 1993), il cui vertice è stato collocato dalla critica ne I palloni del signor Kurz, apologo sul legame tra l’ansia di vita della giovinezza e i rischi del suo inabissarsi in età matura, scolpiti nel riferimento conradiano nel titolo. Eppure nel testo omonimo dell’intera silloge, Euridice aveva un cane appunto,  c’è un episodio decisivo, quello del regalo di una lampadina moderna alla vedova Flora da parte dei Baldi, i vicini del protagonista: l’orrido disappunto di questo giunge violentemente inatteso, ed è la scintilla che fa uscire allo scoperto le elucubrazioni del giovane personaggio: in lui c’è Mari autore con la sua dolorosa scelta, umana e intellettuale, di rinuncia alla contemporaneità che per quanto possa delinearsi compiuta e cosciente, resta però legata ad un irrimediabile destino di morte: Euridice aveva un cane, Tutti morimmo a stento ma anche Mi hanno sparato e sono morto sono idilli infantili in forma di racconto ma di sostanza cinerea, foschi più che fuligginosi, fusi in un azzurro che non tarda a farsi avvertire oscuramente nostalgico. Anche in questo Mari si rende grato ad una serie di puntuali modelli letterari. Di un lombardismo di fondo in Mari si può parlare, infatti, a patto di non cadere nella banalità dell’applicazione di modelli critici già dati, nei quali non v’è traccia dell’intensità viscerale che coagula, invece, nella sua scrittura; certo c’è Sereni, c’è Manganelli e altrettanto certamente si ritrova una vena gaddiana (soprattutto nell’impianto del dolore, come detto), ma non va svilito nell’ovvietà l’utilizzo dei celebri ritrovati di finzione manzoniana; insomma leggere La stiva e l’abisso (Bompiani, 1992; poi Einaudi, 2002) o Filologia dell’anfibio (Bompiani, 1995) come miseri romanzi di «riuso»dei generi è quanto ci sia di più vicino al pervertire il senso ultimo contenuto, e più spesso trattenuto a denti stretti, nei romanzi di Mari.
Il prezzo che paga il lettore per accedere alle visioni del passato sta nello scarto linguistico, nella ricercata distanza tra la materia trattata e la resa lessicale, prima che sintattica, che nel caso di Io venìa pien d’angoscia a rimirarti (Longanesi, 1990) permette all’autore di far coincidere la lingua leopardiana «purificata» con le inquietudini personali del giovane Tardegardo, altro alter ego dell’autore, dando vita ad una coincidenza perfetta tra vita e finzione, fra la letteratura e sua verifica nella realtà. Va intesa così la sostanza della lingua di Mari, a livello di un engagement all’opposto del canone ufficiale, secondo i dettami che fanno della sua una sperimentazione non sul classico, ma del classico. In sintesi: Mari non agisce sotto le vesti dell’operatore postumo, del riciclatore di forme e modelli tradizionali, ma viola volutamente le distanze che lo separano da tali modelli, finendo, più che a identificarsi con essi, a «pensare» con essi;
Peccato, e si perdoni il ritardo dell’osservazione «attualizzante»che proprio l’ultimo lavoro di Michele Mari, Verderame (Einaudi, 2007) sembra porsi nell’iter della produzione del suo autore come una barriera, uno stallo che costringe ad arrestarsi e, speriamo non sia il suo caso, a ristagnare in attesa che s’apra un canale di scolo. E’ vero che il dialetto lombardo del vecchio Felice sa di testimonianza viva e vera nel senso memoriale del termine, ma in tutto il testo manca quel «sentire sangue» cui Mari ha abituato il suo lettore.
Ciò nonostante si può ben dire che l’infanzia di Mari è da preferire di gran lunga a quella di altri autori come Ammaniti o come l’osannato Giordano che, sebbene più giovani, paiono però non aver mai vissuto e pensato letterariamente come appunto ha invece sempre fatto Michele Mari, cui va il merito di aver proposto, in anni di pulpitazioni e di cannibalismi, una delle poche e valide ricette letterarie.
Così il giovane Tardegardo, e come lui il maturo filologo Mari, non ha dubbi sul come definire tutto quello che la sua tenera età fa continuamente terribile: «Sai tu donde questo procede? Non d’altro, Orazio mio, che da nostalgia».

Michele Mari (Milano, 1995) ha pubblicato i romanzi e racconti: Di bestia in bestia (Longanesi, 1989), La stiva e l’abisso (Bompiani, 1992 e Einaudi, 2002), Euridice aveva un cane (Bompiani, 1993 e Einaudi, 2004), Filologia dell’anfibio (Bompiani, 1995), Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori, 1997 e 1999), Io venia pien d’angoscia a rimirarti (Longanesi 1990 e Marsilio 1998), Rondini sul filo (Bompiani, 1999) e Tutto il ferro della torre Eiffel (Einaudi, 2002), Verderame (Einaudi, 2007)