Archivio per Giugno 2009

Saramago: quale Novecento?

Giugno 12, 2009

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La maggior parte degli scritti su Saramago cita l’ormai celebre affermazione di Harold Bloom secondo la quale lo scrittore portoghese sarebbe l’ultimo rappresentante del genere romanzo. Sarebbe interessante, però, andare oltre. Si potrebbe infatti considerare in quale misura Saramago risulti essere l’ultimo scrittore di un secolo ormai ascrivibile alla contemplazione museale quale è il Novecento. Dal secolo breve, infatti, Saramago ha tratto le ultime possibili conseguenze sul piano della narrazione, come l’evoluzione del tema del doppio nell’accezione moderna della clonazione (L’uomo duplicato) o di quello della satira politica nella definitiva sfiducia verso il concetto di democrazia (Saggio sulla lucidità), senza tralasciare uno storicismo affettivo (Viaggio in Portogallo, Le piccole memorie) e la riscrittura postmoderna (L’anno della morte di Ricardo Reis, Manuale di pittura e calligrafia e tanti altri titoli). Dia fatto, anche la sua ultima fatica, Il viaggio dell’elefante, è riscrittura di un episodio già presente in cronache e memorie del Cinquecento. Quello che invece rende Saramago unico e privo di degni epigoni è la sua strategia narrativa. A partire dai romanzi degli anni Novanta, egli affida spesso ai suoi personaggi nomi comuni in luogo di nomi propri, eliminando qualsiasi gerarchia sociale nell’economia della narrazione (si ricordi che un suo libro dal forte sapore kafkiano s’intitola proprio Tutti i nomi). Questo espediente gli consente di condurre agevolmente la macchina fabulatoria su un punto di vista neutro, quello appunto di tutti i personaggi; nel Viaggio dell’elefante, il vero protagonista del racconto è la carovana che accompagna l’animale da Lisbona a Vienna, ripresa e ritratta nella varietà dei suoi componenti, dal capitano al soldato, dal cornac al comandante austriaco, fino al marinaio genovese che trasporta il gruppo in Italia. Ha detto Umberto Eco al lettore spetta una gratificazione letterario solo dopo aver scontato la “penitenza” del testo di Saramago, cioè dopo aver affrontato la massa compatta ed uniforme delle sue parole sulla pagina, traduzione grafica della difficoltà di sbrogliare il mondo. Quanto la scrittura di Saramago risulta ardua e faticosa, tanto il suo respiro raggiunge dimensioni letterarie introvabili in altri suoi colleghi contemporanei. Quale Novecento, in definitiva, per Saramago e come ricominciare da Saramago?

Moresco su Moresco

Giugno 7, 2009

La questione Moresco è stata definitivamente innescata dopo l’uscita dei Canti del caos (Mondadori, 2009), circa mille pagine di romanzo celate da una copertina con un Burri informale. Perché, si dirà, una quaestio moreschiana? La risposta ufficiale la conoscono in molti: Moresco ha visto rifiutarsi i propri libri per decenni da quasi tutti gli editori italiani [vedi le Lettere a nessuno (Bollati Boringhieri, 1997)], tanto da essere assurto oggi a testimonianza vivente e letteraria dell’operato e dell’intelligenza  del nostro panorama editoriale e culturale. La risposta ufficiosa è che, invece, Moresco ha letteralmente mandato in tilt la critica italiana, probabilmente ancora in stand by di fronte a romanzi e racconti come i suoi, tanto lontani dalla letterarietà così come da un vacuo sperimentalismo. Tra i critici che lo hanno apprezzato fin da subito c’è Carla Benedetti, collaboratrice dell’Espresso e autrice del Tradimento dei critici (Bollati Boringhieri, 2002), titolo di per sè già vicino alle esperienze di Moresco. Nel 1998 i due avevano registrato una conversazione in un parco di Milano, poi pubblicata da King Kamehameha Press, una piccolissima invenzione editoriale di Tommy Cappellini (ora giornalista del Giornale). Scheiwiller ripropone il testo in una nuova ed elegante veste grafica e con un’introduzione firmata dallo stesso Moresco: per capire un po’ meglio lo scrittore mantovano e per intendere quale critica letteraria oggi possa avvicinarsi ai suoi libri senza etichettarli in bui vicoli ideologici o poetici, La visione risulterà più che soddisfacente. Dal caso alla fisicità, tutti i temi cari a Moresco vengono snocciolati in una scorrevole chiacchierata, sondando la gravità e la pesantezza del pensiero contemporaneo (anche Baudrillard a volte pare “una macchina verbale in cortocircuito”) adagiato sulla sterilità e sul conformismo dei suoi interpreti. Continua, in definitiva, con questo libro l’interessante lavoro di Andrea Amerio, editor di Scheiwiller, sulla scorta dell’esperienza e del radicalismo critico di Alfonso Berardinelli, diretto editoriale. E continua anche l’inarrestabile marcia verso l’accettazione, almeno da parte di un po’ di critica, di Antonio Moresco. Via la quaestio, resta la poetica.

Finalmente classico

Giugno 1, 2009

È uscita in questi giorni per Mondadori una nuova edizione di Satura (1971) di Montale nella collana Oscar Poesia del Novecento. Due i motivi di interesse. Il primo è legato alla fortuna critica di questo libro, dopo il quale alcuni hanno visto la fine dell’ispirazione del poeta (si pensi a Raboni) mentre altri hanno salutato una sua nuova stagione di idee, individuando poi in questa raccolta un punto di riferimento per la poesia italiana dei decenni successivi. È interessante notare come già gli Ossi di seppia fossero usciti presso la stessa collana, a cura di Pier Vincenzo Mengaldo. Ciò significa che anche per Satura si può fare lo stesso discorso critico, cioè portare questi versi nel terreno dei classici filologicamente commentati: insomma anche Satura viene accettato come “classico” montaliano, e di conseguenza come ultimo momento di un’unica poetica iniziata proprio con gli Ossi nel ‘25. Il secondo motivo è quello del curatore del volume: si tratta di Riccardo Castellana, giovane ricercatore universitario (classe ‘68) presso l’ateneo di Siena e allievo di Romano Luperini, storico critico e commentatore montaliano, di cui un breve saggio introduttivo.