Archivio per Maggio 2009

Scarpa, misurata preghiera

Maggio 28, 2009

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Stabat Mater è la terza prova in forma di romanzo di Tiziano Scarpa. Rispetto ai suoi libri precedenti, questo nuovo Einaudi si pone su un piano diverso che è, al contrario di quanto possa apparire, prima formale e solo poi concettuale. Come infatti lo stesso Scarpa post-pone in nota, il libro è un omaggio a Venezia e soprattutto a Antonio Vivaldi, compositore chiave nella vicenda umana dell’autore. E questa è la novità concettuale, cioè l’idea che ha mosso la scrittura del romanzo: un omaggio, appunto. Quello che invece occorrerebbe sottolineare con maggiore forza è il lavoro stilistico di Scarpa, riguardo sia il tono narrativo, sia lo sguardo adottato, cioè la resa di un particolare punto di vista come quello della bambina Cecilia. Il periodo del diario di Cecilia è breve ma ordinatissimo, un vero e proprio ordito, una trama di parole tessuta attraverso legami fonici e ua funzionale accentazione. La sua scrittura ha le sembianze di una partitura musicale; anzi, di una vera e propria preghiera in versi (lo stabat mater di Jacopone è in ottonari). Si consideri  questo estratto da cui è facile passare a una lettura vocale, a un recitativo: le allitterazioni di z, sr concordano perfettamente con il ritmo sincopato ma controllato delle frasi.

La coda del serpente era ancora intrappolata nelle viscere della ragazza, mentre la testa azzannava sulla pancia il corpicino appena nato. La ragazza ha sollevato il piccolo corpo e gli ha strappato il serpente dalla pancia con un morso. Il serpente giaceva arrotolato a terra, floscio e senza forze, spenzolando ancora dalle viscere della ragazza.

Lo sguardo di Cecilia, e quindi l’espediente diaristico scelto da Scarpa, portano alla mente l’Io non ho paura ammanitiano, e quella narrazione affidata agli occhi e allo stomaco di un bambino. Nel caso di Scarpa, però, il timbro emozionale di Cecilia emerge dalle profondità dell’anima, più che da un isolamento fisico, e si irraggia agli oggetti, prima che alle persone (sono i momenti nei quali Cecilia vorrebbe “liberare” la musica dalla gabbia fisica degli strumenti). C’è però una stonatura nell’armonia di questo libro: è fin troppo facile indovinare la voce dell’autore dietro quella, affabulante e prematura, della bambina.