Archivio per Dicembre 2008

Natalized

Dicembre 25, 2008

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Dintorni natalizi di Andrea Zanzotto

(da Sovrimpressioni, Milano, Mondadori, 1997)

Natale, bambino o ragnetto o pennino
che fa radure limpide dovunque
e scompare e scomparendo appare
come candore e blu
delle pieghe montane
in soprassalti e lentezze
in fini turbamenti e più
Bambino e vuoto e campanelle e tivù
nel paesetto. Alle cinque della sera
la colonnina del meteo della farmacia
scende verso lo zero, in agonia.
Ma galleggia sul buio
con sue ciprie di specchi.
Natale mordicchia gli orecchi
glissa ad affilare altre altre radure.
Lascia le luminarie
a darsi arie
sulla piazza abbandonata
col suo presepio di agenzie bancarie.
Natali così lontani
da bloccarci occhi e mani
come dentro fatate inesistenze
dateci ancora di succhiare
degli infantili geli le inobliate essenze.

Il cantore e l’aratore

Dicembre 21, 2008

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Aprendo il numero di dicembre di «Poesia» mi sono imbattuto in una bella sorpresa: Derek Walcott, premio Nobel per la letteratura nel 1992, ha dedicato una poesia a Barack Obama. Il testo, apparso originariamente sul «Times» di Londra, è stato pubblicato in esclusiva per l’Italia sulla rivista edita da Crocetti nella traduzione di Matteo Campagnoli. Questo per dire che sul web girano altre traduzioni della stessa poesia col titolo sbagliato di Ode a aratore. Il titolo originale, Forty Acres (Quaranta acri) si riferisce invece alla “dote” che veniva promessa agli schiavi di colore liberati: 40 acri di terra e un mulo. Proprio su questa immagine Walcott costruisce il suo monumento a Obama, schiavo moderno ormai libero e pronto a cercare di dare un senso a questa sua nuova libertà. Ma i passaggi più interessanti di questa breve poesia sono quelli nei quali vengono rappresentati, col tipico tono epico che contraddistingue i versi di Walcott, gli amici (uniti dalla realizzazione di una speranza) e i nemici (quanti invece non hanno digerito un afroamericano alla Casa Bianca, per di più democratico) dell’aratore. Ecco che allora «in fila sul ramo c’è una corte/ inquieta di gufi occhialuti e, sul bordo del campo che indietreggia,/ uno spaventapasseri che gesticola e batte i piedi dalla rabbia»: probabilmente i cervelloni dell’intelligence militare o economica, assieme a un Bush (o un McCain) ormai sconfitto e dedito all’invidia. L’aratore si muove nel suo «campo di cotone/ punteggiato di neve», nel quale coltiva la sua e la speranza di molti. L’auspicio di Walcott è tremendamente gonfio di speranza e intensità emotiva, ma anche cosciente e giudizioso: dopo aver arato non resta altro da fare che seminare, perché «il solco attende il seminatore». Personalmente ho trovato delizioso il richiamo fra la figura (e il termine lessicale) dell’aratore, meticoloso amante della terra, e l’oratore, per definizione plasmatore di menti e opinioni. Le due cose risultano, se viste sotto questa luce, estremamente simili. Poi Obama, oltre che un buon oratore, è anche un oratore buono; Il presidente eletto non ha mancato di farsi fotografare il giorno dopo a Chicago con in mano proprio un volume dei Selected Poems di Walcott, quasi a volere ringraziare il poeta per l’onore concesso. Ma probabilmente siamo noi tutti a dover ringraziare entrambi.

Forty Acres

Out of the turmoil emerges one emblem, an engraving -
a young Negro at dawn in straw hat and overalls,
an emblem of impossible prophecy, a crowd
dividing like the furrow which a mule has ploughed,
parting for their president: a field of snow-flecked cotton
forty acres wide, of crows with predictable omens
that the young ploughman ignores for his unforgotten
cotton-haired ancestors, while lined on one branch, is
a tense
court of bespectacled owls and, on the field’s receding rim-
a gesticulating scarecrow stamping with rage at him.
The small plough continues on this lined page
beyond the moaning ground, the lynching tree,
the tornado’sblack vengeance,
and the young ploughman feels the change in his veins,,
heart, muscles, tendons, till the land lies open like a flag as dawn’s sure
light streaks the field and furrows wait for the sower.

Quaranta acri

Dal tumulto emerge un emblema, un’incisione –

un giovane Negro all’alba in salopette e cappello di paglia,

l’emblema di una profezia impossibile, una folla

che si divide come il solco che il mulo ha dissodato

si apre per il suo presidente: un campo di cotone punteggiato di neve

ampio quaranta acri, con i suoi corvi dai prevedibili auspici

che il giovane aratore ignora per i suoi avi non scordati

dai capelli di cotone, mentre in fila su un ramo c’è una corte

inquieta di gufi occhialuti e, sul bordo del campo che indietreggia,

uno spaventapasseri che gesticola e batte i piedi dalla rabbia.
Il piccolo aratro prosegue su questa pagina rigata

oltre il suolo gemente, l’albero dei linciaggi, la vendetta nera del tornado

e il giovane aratore sente il cambiamento nelle vene, nel cuore, nei muscoli e nei tendini,

finché la terra è aperta come una bandiera mentre la luce certa

dell’alba stria i campi e il solco attende il seminatore.

 

Una lingua materiale

Dicembre 11, 2008
Giorgio Vasta, Il tempo materiale, minimum fax, 2008

Giorgio Vasta, Il tempo materiale, minimum fax, 2008

Giorgio Vasta ha scritto un libro molto bello. Se si pensa che di libri belli se ne scrivono ogni anno sempre più pochi, vuoi per le restrizioni del mercato (gli editori non ricercano più l’esordiente valevole, ma quello vendibile), vuoi per l’effettiva piccolezza degli autori, ecco che il suo diventa un caso molto felice; un caso che sa di eccezione.

Il tempo materiale è stato accolto favorevolmente dalla critica, quasi non si trattasse di un solito romanzo. Effettivamente, al centro dell’intera vicenda, qui riassunta, non c’è tanto una tesi o una versione dei fatti, né tantomeno una sintesi finale con intenti revisionisti; a monte di tutto (o quasi tutto) c’è la lingua. Il tempo materiale è un libro dedicato alla lingua, al linguaggio e alla visione del mondo attraverso il linguaggio. Di più; è un libro vissuto linguisticamente. Qui sta la vera eccezione, il vero valore del romanzo.

Un primo punto di valore linguistico risiede nel ruolo che la lingua assume all’interno della vicenda. I tre ragazzini, che ad un certo punto rimpiazzano i propri nomi con delle sigle “di lotta” (alla scelta di Nimbo, Volo e Raggio è dedicato un intero capitolo), vivono intensamente una realtà diversa dal punto di vista linguistico. Il dialetto, infatti, diventa la linea di demarcazione di una diversità sociale e culturale:

Fermi nei vicoli, al centro dei catoi, ci sono i palermitani. Parlano gutturalmente, gastrici, una continua raschiatura di parole nella gola e nella pancia. Esclamano. Il palermitano è una lingua esclamativa

La loro, invece, è una lingua di rigore e  geometria. Se i loro coetanei a scuola si esprimono nella crudeltà materiale del palermitano, i tre fanno invece fatica a ricondurre la realtà che li circonda al loro eloquio di estrazione borghese e benestante. Così Nimbo, l’io narrante, subisce il fascino geometrizzante e misuratamente enfatico dei comunicai Br ascoltati in tv o letti sul giornale. Finirà anzi ad imitarli e, al più, a correggerne il timbro verso un’enfasi ancora più asciutta e diretta.

Un secondo punto di valore, per nulla trascurabile, sta nella forza linguistica della scrittura di Vasta. Essa procede calma e controllata, se non attentamente tesa a evocare senso da scene minime e apparentemente vuote. Basta leggere alcune descrizioni di luoghi:

La radura del porno sta tra la strada e la cancellata posteriore della chiesa di Santa Lucia, una specie di terra di nessuno, quaranta metri quadrati di immondizie e di un fogliame casuale che procedendo verso l’interno si infittisce fino a diventare una parete di rami e foglie nere [...] Lì, circondato da un’aureola di stoppia calpestata, c’è un cespuglio sferoidale che affiora mezzo metro dal terreno. È fatto di rametti ostili e di foglie livide, un globo blu che è insieme cassaforte e strumento di divinazione.  Bocca è l’unico, con il coraggio delle mani, a poter spingere il braccio nella testa vegetale e a cavarne sesso.

 In fondo pochi scrittori oggi utilizzano la lingua come mezzo visionario, come strumento per la creazione di immagini dense di contenuto. Evidentemente a Giorgio Vasta non interessa usare il senso corrente e comune della lingua, ovvero scrivere per comunicare, per passare un messaggio piatto e già scontato; credo che il suo romanzo dimostri come sia ancora possibile scrivere letterariamente, evocando senso e sentimento in ogni periodo di un paragrafo, di un libro.

Sicuramente si tratta di un successo della letteratura; forse si tratta, però, anche di una pena da scontare per l’abuso che facciamo della nostra lingua. Come non essere d’accordo con l’autore quando uno dei suoi personaggi dice che siamo colpevoli di linguaggio.