

Aprendo il numero di dicembre di «Poesia» mi sono imbattuto in una bella sorpresa: Derek Walcott, premio Nobel per la letteratura nel 1992, ha dedicato una poesia a Barack Obama. Il testo, apparso originariamente sul «Times» di Londra, è stato pubblicato in esclusiva per l’Italia sulla rivista edita da Crocetti nella traduzione di Matteo Campagnoli. Questo per dire che sul web girano altre traduzioni della stessa poesia col titolo sbagliato di Ode a aratore. Il titolo originale, Forty Acres (Quaranta acri) si riferisce invece alla “dote” che veniva promessa agli schiavi di colore liberati: 40 acri di terra e un mulo. Proprio su questa immagine Walcott costruisce il suo monumento a Obama, schiavo moderno ormai libero e pronto a cercare di dare un senso a questa sua nuova libertà. Ma i passaggi più interessanti di questa breve poesia sono quelli nei quali vengono rappresentati, col tipico tono epico che contraddistingue i versi di Walcott, gli amici (uniti dalla realizzazione di una speranza) e i nemici (quanti invece non hanno digerito un afroamericano alla Casa Bianca, per di più democratico) dell’aratore. Ecco che allora «in fila sul ramo c’è una corte/ inquieta di gufi occhialuti e, sul bordo del campo che indietreggia,/ uno spaventapasseri che gesticola e batte i piedi dalla rabbia»: probabilmente i cervelloni dell’intelligence militare o economica, assieme a un Bush (o un McCain) ormai sconfitto e dedito all’invidia. L’aratore si muove nel suo «campo di cotone/ punteggiato di neve», nel quale coltiva la sua e la speranza di molti. L’auspicio di Walcott è tremendamente gonfio di speranza e intensità emotiva, ma anche cosciente e giudizioso: dopo aver arato non resta altro da fare che seminare, perché «il solco attende il seminatore». Personalmente ho trovato delizioso il richiamo fra la figura (e il termine lessicale) dell’aratore, meticoloso amante della terra, e l’oratore, per definizione plasmatore di menti e opinioni. Le due cose risultano, se viste sotto questa luce, estremamente simili. Poi Obama, oltre che un buon oratore, è anche un oratore buono; Il presidente eletto non ha mancato di farsi fotografare il giorno dopo a Chicago con in mano proprio un volume dei Selected Poems di Walcott, quasi a volere ringraziare il poeta per l’onore concesso. Ma probabilmente siamo noi tutti a dover ringraziare entrambi.
Forty Acres
Out of the turmoil emerges one emblem, an engraving -
a young Negro at dawn in straw hat and overalls,
an emblem of impossible prophecy, a crowd
dividing like the furrow which a mule has ploughed,
parting for their president: a field of snow-flecked cotton
forty acres wide, of crows with predictable omens
that the young ploughman ignores for his unforgotten
cotton-haired ancestors, while lined on one branch, is
a tense
court of bespectacled owls and, on the field’s receding rim-
a gesticulating scarecrow stamping with rage at him.
The small plough continues on this lined page
beyond the moaning ground, the lynching tree,
the tornado’sblack vengeance,
and the young ploughman feels the change in his veins,,
heart, muscles, tendons, till the land lies open like a flag as dawn’s sure
light streaks the field and furrows wait for the sower.
Quaranta acri
Dal tumulto emerge un emblema, un’incisione –
un giovane Negro all’alba in salopette e cappello di paglia,
l’emblema di una profezia impossibile, una folla
che si divide come il solco che il mulo ha dissodato
si apre per il suo presidente: un campo di cotone punteggiato di neve
ampio quaranta acri, con i suoi corvi dai prevedibili auspici
che il giovane aratore ignora per i suoi avi non scordati
dai capelli di cotone, mentre in fila su un ramo c’è una corte
inquieta di gufi occhialuti e, sul bordo del campo che indietreggia,
uno spaventapasseri che gesticola e batte i piedi dalla rabbia.
Il piccolo aratro prosegue su questa pagina rigata
oltre il suolo gemente, l’albero dei linciaggi, la vendetta nera del tornado
e il giovane aratore sente il cambiamento nelle vene, nel cuore, nei muscoli e nei tendini,
finché la terra è aperta come una bandiera mentre la luce certa
dell’alba stria i campi e il solco attende il seminatore.