Archivio per Novembre 2008

Stockholm story

Novembre 30, 2008

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Audio del discorso di Saviano in occasione della conferenza sul tema Parola libera e la violenza senza legge, tenuta assieme a Salman Rushdie lo scorso 25 novembre presso l’Accademia di Svezia

Stoccolma è la capitale della Svezia, un paese dell’Europa del nord. In questa città fa molto freddo d’inverno, quanto basta d’estate. Ci sono un sacco di turisti d’estate, non ne bastano d’inverno. Ma a Stoccolma non ci sono solo gli abitanti del posto e i viaggiatori occasionali. Ogni anno una giuria di signori molto colti consegna il premio più importante per uno scrittore. Si chiama premio Nobel, e tutti finiscono col desiderarlo, prima o poi.

Un giorno, però, a Stoccolma arrivano due strani scrittori. Uno è inglese, ma di origine indiana; l’altro è italiano, ma di origine napoletana. Non vengono invitati  per ritirare il premio Nobel. Lo vieta un’antica tradizione, quella di non premiare nessuno scrittore che non sia anche un intellettuale, e cioè un uomo solitamente elegante e pulito, che passa il suo tempo in uno studio pieno di libri o viaggiando in comodi alberghi. Ai due strani scrittori viene invece richiesto di parlare della loro vita.

Così il signore italiano di orgine napoletana viene chiamato a salire sul palco. Gli mettono davanti dei microfoni e gli dicono che è tutto pronto: può parlare. E lui comincia. «Le parole di uno diventano le parole di tutti», dice. Nessuno pare capirlo, però. Allora lui racconta di una certa signora Politkovskaja, che voleva solo dire la verità su quello che accadde in una zona della terra chiamata Cecenia, e poi di campi di lavoro chiamati Gulag, dove finivano quanti chiedevano la democrazia in un vecchio paese dell’est. Poi parla anche della sua città, Napoli, e della criminalità che la strozza, come fa una corda sul collo di un condannato. Dice, infine, che la stessa criminalità di Napoli lavora anche in Svezia. Stavolta, nessuno sembra avere sentito.

Il signore italiano di origine napoletana continua ancora per un po’ il suo discorso, parlando e parlando…Fino a quando, forse stanco di aver parlato soltanto lui, lancia un segnale alla platea che era in suo ascolto. Dice infatti: «Lo scrittore ha un alleato fondamentale: il lettore. Fin quando esiste il lettore, nulla può succedere alle parole dello scrittore». Allora, come in una magia, tutti capiscono perchè questo signore non vincerà mai, forse, il premio Nobel. Perchè non è un intellettuale, ma uno scrittore. Vero.

L’irriso amare

Novembre 25, 2008

L’incondizionata vocazione alla risata è un traino per qualsiasi finalità, ma sulla potenza demistificatoria del riso, o sulla sua chirurgica volontà di separare il noto dall’ignoto e quindi il serio dal faceto, a volte i confini non sono chiari e ci si ritrova a discutere troppo spesso del valore, presuto o meno, di quel comico o di quella battuta. Trovo però che il godimento più grande risieda nella possibilità, a partire da quella medesima battuta o sketch, di interrogarsi sulla realtà da cui si pretende di trarre il succo della risata, di vedere sempre il serio, o il marcio, che c’è dietro la maschera comica. Il preambolo è un po’ lungo e stucchevole, lo so, ma m’è, come si dice, venuto spontaneo, proprio come una risata . L’occasione invece è quella di questo libro (thanks to Gianni) sulla decadenza del buon vecchio spirito “nazional-popolare” a favore della proliferazione del suo opposto “irrazionale”; al di là della discutibile scelta lessicale per etichettare questa formula, decisamente e difficilmente si potrà essere in disaccordo con i suoi inventori, ai quali va il merito di aver pensato originalmente al tutto. Così, non resta che divertirsi a trarre dalla questione un ammissibile e perdonabile gioco della torre; se tra i “sommersi” aggiungo Valentino Rossi con la sua idiozia da campione del mondo e rincaro la dose su Baricco, tra i “salvati” mi sbraccio per dare lustro e critica ad un vero artista come Antonio Albanese. Perchè come lui o come Gassman (interprete e poeta in proprio mai naif)  ce ne restano davvero pochi.

Berlin luna park

Novembre 23, 2008

check

L’immaginario collettivo è un vaso di Pandora sempre pronto a dischiudere sorprese. Chiunque s’interroghi sull’attuale status di Berlino può, più o meno facilmente, risalire a quelle conoscenze comuni riguardo la sua neo-architettura a tratti futuribile o l’ormai proverbiale serietà dei suoi abitanti; può infine ripensare allo spettacolo del muro, che nella nostra mente compare sempre come un murales, e mai in quella che fu la sua vera forma, una colata di cemento coronata di fil ferreo. Eppure, come si è detto, il mito non è mai scontato, soprattutto se la variabile che condiziona la nostra fruizione sta nell’astuzia di chi lo narra o, in un’accezione più moderna, lo amministra.

Check Point Charlie, si sa anche questo, è uno dei luoghi mitici della contemporaneità, con tanto di finto soldato americano che ricorda la fine del settore alleato oltre la sbarra, e come tale è passato esso stesso al varco dell’icona e dell’idolatria consumistica. Dalla porta di Brandeburgo Reagan invitò Gorbaciov ad abbattere le ultime ritrosie in nome dell’unificazione delle due Germanie e di migliaia di vite umane che per anni hanno visto occhi familiari e sconosciuti soltanto attraverso del cemento: si è costruito attorno a questa gente, ma non per loro. Da qui oggi noi diamo corso alla stupidità turistica che non tollera il silenzio, ma solo i flash delle macchine fotografiche, queste sì, sempre più silenziose.

Mi domando, mentre oggi attraverso liberamente questo assordante silenzio, se io sia legittimato a capire, o per lo meno ad avvicinarmi a quell’orrore. Io che non ho mai visto una guerra con i miei occhi proprio perché loro mi hanno preservato da essa con cinquant’anni di sacrificio, cinquant’anni di piombo sulla testa e nel cuore.

Il museo del muro è pochi metri più avanti dell’attore soldatino, ingresso rapido e stranamente confuso. All’interno foto storiche, ricostruzioni delle macchine di fuga, insomma un campionario della furbizia umana che è ben racchiuso in una massima su un pannello: l’arte della fuga è la madre delle invenzioni. Ed è momentaneo, allora, l’istinto di fuggire proprio da lì, dalla mediocrità e dall’assenza di pensiero cui ammoniva il Leopardi critico disincantato del moderno. Andare in fuga è cosa simile e dissimile al tempo stesso alla vita presa in un momento preciso, nel quale si incrociano dubbi e perplessità, violenze della paura e noncuranze dell’affetto: da quel posto non ho che patito fin da subito l’ansia di fuggire.

M’è parso più spontaneo gettare lo sguardo sui due grandi spiazzi antistanti il Checkpoint sui quali sorgeranno, come testimonia un modellino dell’area nell’altra sala, due cimiteri, due distese di croci, tanto da richiamare in un legame di pietà le distese uguali che aprono la strada che dalle colline porta a Sarajevo.

Forse faremmo meglio a non aprire il vaso delle ovvietà e della sciatteria culturale nel quale siamo immersi. Dopotutto se il mito, come diceva Calvino sul classico, non smette mai di dire quello che ha da dirci, si può sempre ripensarlo e viverlo, come suggerisce l’etimologia greca, con le parole giuste.

Un borghese barese barese

Novembre 19, 2008

bari

 

Peccato che stavolta l’avvocato Guerrieri non c’entri, per lo meno direttamente, altrimenti avremmo avuto il nostro Malaussène. Eppure la Bari notturna e imprevedibile, nei ricordi e negli odori, che ci racconta Carofiglio ha la stessa forma di quella che fa da scenario alle inchieste giudiziarie del Montalbano nostrano. Ma come si sa, e com’è stato detto più volte, Camilleri è un altro scrittore. Carofiglio lo sa e giustamente non ha mai avuto intenzione di mettersi alla pari col siciliano, nè tantomeno di imitarlo; di questo, almeno, occorre dargli merito. Quando però in Nè qui nè altrove compare una visione e un vissuto, diciamolo, fondamentalmente borghese e agiato della città, c’è poco da aggiungere. E ben poco altro da immaginare. L’effetto che ne risulta è quello di perdere, nel veder rappresentanta soltanto una parte del discorso sulla città, il resto delle vite e delle questioni sociali che, tuttavia, investono la maggiorparte della popolazione e della vita dei baresi. Fondamentalmente in questo suo ultimo libro di Carofiglio (e chi scrive non potrebbe che rifarsi alla stesso “sentire” borghese, per estrazione e non per affiliazione), manca dunque qualcosa. Un racconto, o romanzo brevissimo (ma andrebbe meglio la consumistica etichetta di “mini-romanzo”) che vuole inserirsi in un una collana dedicata a diverse città italiane come «Contromano» di Laterza, meriterebbe per la nostra città un esponente più versato al rischio, più esposto alla realtà. Purtroppo, però, non ho nomi, e me ne dispiace molto. Ecco allora che Bari viene letta in tutta Italia, per ovvie ragioni mediatiche e di mercato, con gli occhi di Carofiglio, autore ormai lanciato persino a livello internazionale, i cui libri sono approdati anche al grande schermo, con risultati, a quanto pare, anche questi discutibili. Nè qui nè altrove non racconta nulla di nuovo, ma ripete e ricorda cose ormai digerite da tempo: lo sbarco albanese nel ‘91, il rogo Petruzzelli, persino la costruzione del S.Nicola per Italia ‘90. Per non parlare di San Nicola, povero lui. Non ci sono i movimenti studenteschi del ‘68 (quelli descritti invece nella bellissima “cronaca” del prof. Martino, ), non c’è il degrado del CPT del San Paolo, non c’è nessun riferimento al bombardamento del ‘43, nè si parla della vita a Enziteto; lì di certo non c’è Proust che possa trarvi letteratura, al massimo un Pasolini; oggi sicuramente un Saviano. Poco male, in conclusione, se a Bari spetta il cantore Carofiglio: pare che l’unica questione centrata dal padre dell’avvocato Guerrieri sia proprio l’indifferenza di molti dei suoi cittadini, come se non si trovassero nella loro città, come se non fossero nè lì nè altrove.

Il genio al potere

Novembre 15, 2008

 

maradona1999

 

A vedere Diego Maradona seduto sulla panchina della nazionale argentina (la sigla AFA sulle maglie della Selecciòn riporta sempre all’atmosfera accaldata dei campi di Buenos Aires) è difficile pensare che si possa trattare dello stesso artista del furto che con una mano affondò, almeno per un giorno, il colonialismo sportivo inglese (si pensi al rugby o al cricket) che aveva, per un grottesco gioco del destino, disegnato le regole del futuro fair play. Cose che accadono solo ai grandi geni. Ma non è tutto; vedere Maradona allenare la squadra del suo paese fa volare la mente al sogno platonico della filosofia al potere, ché per l’ateniese avrebbe rappresentato il vertice sociale di una comunità, la realizzazione del bene comune.

Poi, se si è ormai sull’onda dell’elucubrazione, da Platone il passo è breve fino a Václav Havel, poeta e uomo simbolo della primavera di Praga che è stato presidente del suo paese, la Repubblica Cèca, dal 1993 al 2003. Insomma la piega biografica del pibe de oro sembra essere la realizzazione di un sogno a metà tra la massima professionalità di una carica e il suo affidamento a chi possa definirsene perfetta incarnazione: Maradona era un calciatore, ma soprattutto Maradona è il calcio. A lui, come s’è detto, e solo a Mozart o ad altri geni, è permesso tutto ciò, con il corollario, per noi spettatori e gustai delle loro opere, che durerà poco, perché nessun sogno può durare a lungo. L’occasione, comunque, è ghiottissima, e consiste nella chance che avremo di deliziare i nostri sensi con i tratti di poesia che per forza di cose emergeranno dal lavoro di un genio.

Se l’Argentina non supererà le qualificazioni, non andrà al Mondiale, ci saranno polemiche, forse qualche caso di depressione clinica, ma Maradona rimarrà lì, al suo posto, cioè nel cuore della gente. La gente, appunto; se dovesse davvero andare così, i tifosi e non solo loro, non penseranno che a ricordare quella mossa tattica del loro genio-allenatore, che nonostante i due goal di vantaggio mandò in campo l’ennesima punta per cercare di regalare l’ennesimo goal, così come, se dovesse arrivare una nuova crisi economica, non penseranno che al pane che la rivoluzione potrebbe dare loro anche per un solo giorno.

Tutto il moralismo che non c’è

Novembre 2, 2008

Quando ho letto Luciano Bianciardi per la prima volta mi sono subito chiesto quale fosse la sua posizione nell’establishment culturale del nostro paese durante gli anni del boom, e successivamente perchè, a differenza di Pasolini, Bianciardi non era ancora diventato un simbolo, data la diffusione in Italia di questa pratica del malcostume sociale. La prima risposta è stata la più ovvia per i suoi lettori: a Bianciardi non è mai interessato condividere gli atteggiamenti e le attitudini né di quella che una volta era chiamata società letteraria, né del suo indotto produttivo: l’industria culturale, appunto. Superfluo indovinare il perchè di una lenta estromissione del suo lavoro dai poteri ufficiali dell’editoria italiana; la sua biografia ne è la testimonianza migliore.

Poi, però, ho letto Il lavoro culturale, ed ho compreso meglio. Bianciardi era uno scrittore potentissimo, il cui strumento narrativo consisteva in una prosa minata al suo interno dalle contraddizioni culturali che attanagliavano l’autore stesso: toscanismi e sintassi asciutta ed elegante convivono assieme senza schiacciarsi i piedi. Tutta la verità di una generazione che poteva diventare il motore dell’industria della cultura e del sapere italiano è lì, nella verginità di chi proviene dalla provincia tranquilla e non ancora ricca, nel sarcasmo lieve, ma soprattutto nell’ironia che connota l’intelligenza critica ed autocritica. Basti pensare alle pagine d’apertura de La vita agra per capire come Bianciardi temesse l’avanzata inesorabile e degenerante della burocrazia nell’isituto simbolo, questo sì, della cultura: la biblioteca.

Ecco perchè ho divorato questo pamphlet proposto da Stampa Alternativa, Non leggete i libri, fateveli raccontare (€ 9), da poco comparso in libreria; Cos’altro aggiungere alle mezze verità che Bianciardi riempie con la sua dissacrante scrittura (si tratta di sei articoli comparsi in una rivista delgi anni ‘60, «ABC»), nella quale conta sempre una velata mainconia accesa a tratti dalle impennate ironiche della sua penna, non so. A questo punto posso solo accogliere con piacere il cauto movimento editoriale che sta pian piano riscoprendo la figura di Bianciardi, cui sembra aver dato avvio quell’ Antimeridiano (Isbn Edizioni, 2008) giunto quest’anno al suo secondo ed ultimo volume. Ovviamente si sconta un grosso ritardo, così come fortunatamente si è ancora in tempo per salvare Bianciardi dalla già paventata degenerazione in simbolo.