
La maggior parte degli scritti su Saramago cita l’ormai celebre affermazione di Harold Bloom secondo la quale lo scrittore portoghese sarebbe l’ultimo rappresentante del genere romanzo. Sarebbe interessante, però, andare oltre. Si potrebbe infatti considerare in quale misura Saramago risulti essere l’ultimo scrittore di un secolo ormai ascrivibile alla contemplazione museale quale è il Novecento. Dal secolo breve, infatti, Saramago ha tratto le ultime possibili conseguenze sul piano della narrazione, come l’evoluzione del tema del doppio nell’accezione moderna della clonazione (L’uomo duplicato) o di quello della satira politica nella definitiva sfiducia verso il concetto di democrazia (Saggio sulla lucidità), senza tralasciare uno storicismo affettivo (Viaggio in Portogallo, Le piccole memorie) e la riscrittura postmoderna (L’anno della morte di Ricardo Reis, Manuale di pittura e calligrafia e tanti altri titoli). Dia fatto, anche la sua ultima fatica, Il viaggio dell’elefante, è riscrittura di un episodio già presente in cronache e memorie del Cinquecento. Quello che invece rende Saramago unico e privo di degni epigoni è la sua strategia narrativa. A partire dai romanzi degli anni Novanta, egli affida spesso ai suoi personaggi nomi comuni in luogo di nomi propri, eliminando qualsiasi gerarchia sociale nell’economia della narrazione (si ricordi che un suo libro dal forte sapore kafkiano s’intitola proprio Tutti i nomi). Questo espediente gli consente di condurre agevolmente la macchina fabulatoria su un punto di vista neutro, quello appunto di tutti i personaggi; nel Viaggio dell’elefante, il vero protagonista del racconto è la carovana che accompagna l’animale da Lisbona a Vienna, ripresa e ritratta nella varietà dei suoi componenti, dal capitano al soldato, dal cornac al comandante austriaco, fino al marinaio genovese che trasporta il gruppo in Italia. Ha detto Umberto Eco al lettore spetta una gratificazione letterario solo dopo aver scontato la “penitenza” del testo di Saramago, cioè dopo aver affrontato la massa compatta ed uniforme delle sue parole sulla pagina, traduzione grafica della difficoltà di sbrogliare il mondo. Quanto la scrittura di Saramago risulta ardua e faticosa, tanto il suo respiro raggiunge dimensioni letterarie introvabili in altri suoi colleghi contemporanei. Quale Novecento, in definitiva, per Saramago e come ricominciare da Saramago?





